DIRITTO E CASTIGO / MARZO – La buca tra il danno e la beffa

La buca tra il danno e la beffa

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Il mio intervento prende spunto da una vicenda di cui credo che in molti avrete letto o sentito parlare: alcuni anni fa una signora, inciampata in una buca della capitale, ha avviato una battaglia legale con l’Amministrazione capitolina per ottenere il risarcimento del danno riportato a seguito dell’incidente, stimato in circa 100 mila euro, uscendone, dopo tre gradi di giudizio, non solo sconfitta, ma anche condannata pagamento – circa 30 mila euro – delle spese legali del Comune e della ditta che avrebbe dovuto occuparsi della manutenzione di quella strada.
Sono stati numerosi i commenti alla decisione della Suprema Corte, molti dei quali poco attinenti al caso specifico, parziali e fuorvianti. Si è data voce al sospetto di un trattamento di favore del Comune di Roma, si è dato rilievo, quasi ridicolizzandolo, all’inciso della Corte per cui: “La presenza su strade pubbliche di sconnessioni, avvallamenti e altre irregolarità non costituisce un evento straordinario ed eccezionale” ma, al contrario, “rappresenta una comune esperienza rientrante nell’id quod plerumque accidit” e, pertanto, “deve essere tenuta ben presente dagli utenti della strada che, quindi, hanno l’obbligo di comportarsi diligentemente per sé e per gli altri” (Ordinanza 21 dicembre 2018), interpretandolo come una sorta di giustificazione e legittimazione alla mala gestio dell’Amministrazione; insomma, come spesso accade, troppi ne han parlato senza neppure prendersi l’incomodo di leggere il provvedimento. Se l’avessero fatto avrebbero compreso che il motivo principale per cui è stata rigettata la domanda della signora infortunatasi cadendo nellabbuca risiede nel “difetto della prova del nesso di causa [tra buca e frattura del braccio]” in quanto, “… e solo ad abundantiam [la Corte di Appello] ha soggiunto che in ogni caso la caduta sarebbe da ascrivere a distrazione della vittima”. Questa convinzione, a seguire le motivazioni della Corte, non pare neppure peregrina considerato che l’unica testimone chiamata a supporto della tesi offerta dalla ricorrente non sarebbe stata ritenuta credibile: “sia perché la testimone non aveva assistito al fatto; sia perché nel mese di maggio non è verosimile che una buca sulla strada possa essere riempita da foglie secche, come riferito dalla testimone; sia perché le fotografie dei luoghi depositate in atti mostravano una strada perfettamente pulita”. Fermo il principio per cui è sempre bene dubitare di ciò che viene riportato da terzi, una domanda resta sospesa: quand’è che l’Amministrazione risponde dei danni sofferti dall’utenza? Le norme di riferimento sono date dagli artt. 2043 cod.civ. “Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno” e 2051 cod.civ. “Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”.



Se si invoca la prima norma, è il danneggiato a dover provare la colpa del Comune, allegando in causa che la buca o la disconnessione rappresentava un pericolo occulto (insidia o trabocchetto), ossia non visibile e imprevedibile; se si chiede l’applicazione della seconda disposizione, si assiste all’inversione dell’onere della prova: essendo il Comune obbligato a custodire le strade, risponde dei danni cagionati alle persone salvo il caso fortuito, consistente nell’alterazione dello stato dei luoghi imprevista, imprevedibile e non tempestivamente eliminabile o segnalabile neppure con l’uso dell’ordinaria diligenza, ravvisabile anche nella condotta dello stesso danneggiato, quando si concretizza nell’omissione delle normali cautele esigibili in situazioni analoghe. Il danneggiato resta, comunque e sempre, gravato dall’onere di dimostrare che la cosa (ad es. la buca) ha rappresentato una condizione necessaria e sufficiente perché l’evento (infortunio) si verificasse.
Il fattore decisivo per poter applicare la disciplina ex art. 2051 cod.civ., evidentemente più favorevole all’utenza, va individuato nella possibilità o meno dell’Ente pubblico di esercitare un potere di controllo e di vigilanza sui beni demaniali, tenendo conto dell’estensione e delle caratteristiche della strada. A differenza dell’orientamento prevalente in passato, da alcuni anni la giurisprudenza è orientata ad affermare un più pregnante dovere di custodia delle strade (e delle pertinenze, come i marciapiedi) in capo alla P.A.

DIRITTO E CASTIGO
Rubrica legale a cura dell’avvocato Roberta K. Colosso
info@studiolegalecolosso.it

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