TORINO – Sfumature di terra, preziose ceramiche cinesi al Museo d’Arte Orientale

La mostra Sfumature di terra espone al pubblico del MAO – Museo d’Arte Orientale (via San Domenico 11), dall’1 novembre 2018 al 10 febbraio 2019, preziose ceramiche cinesi che coprono un arco temporale di cinque secoli. Si tratta per lo più di eleganti pezzi monocromi databili tra la dinastia Song e la dinastia Yuan, esemplificativi delle produzioni delle maggiori fornaci del periodo. Opere, che, secondo il gusto estetico di quasi tutti gli intenditori e i collezionisti, rappresentano il massimo grado di raffinatezza mai raggiunto dall’arte ceramica in Cina.




“Se la ceramica Xing è come l’argento; la ceramica Yue è come la giada […]. Se la Xing è neve, allora la Yue è ghiaccio […]. Le ciotole bianche Xing danno al tè una sfumatura color cinabro; le ciotole celadon Yue restituiscono il verde naturale del tè.”. Nelle parole di Lu Yu (733-804), autore dell’opera Il Classico del Tè, traspare già quel senso di finezza estetica che troverà la massima realizzazione nelle produzioni ceramiche dei secoli successivi della dinastia Song (960-1279). Fu proprio in quel periodo che vennero perfezionati i processi tecnologici di una delle più grandi tradizioni ceramiche al mondo. I risultati furono dei manufatti di grande raffinatezza nella forma, piacevolezza tattile della superficie invetriata, consistenza e brillantezza di colori senza precedenti.
L’apprezzamento del grès e della porcellana, incentivato anche dalla cultura del tè che si era ormai diffusa in tutta l’Asia orientale, divenne uno dei piaceri colti delle classi agiate cinesi: non tanto come sostituti a buon mercato di materiali più costosi quali il bronzo e la lacca, come era invece avvenuto in epoche precedenti, bensì per il loro valore intrinseco nella trasmutazione della materia grezza in oggetti raffinati, adatti al gusto sobrio della nuova classe di funzionari-letterati impregnati di ideali confuciani che si era venuta affermando dal X secolo in poi. Il piacere per l’apparente semplicità e purezza delle ceramiche Song si protrasse oltre l’invasione mongola degli Yuan (1271-1368) e nel primo secolo della restaurazione cinese dei Ming (1368-1644), anche se la qualità generale dei manufatti diventava progressivamente meno pregiata. Proprio con i mongoli e con la (ri)scoperta delle ceramiche bianche e blu di ispirazione medio-orientale il gusto cinese cominciò a virare piuttosto nella direzione di una maggiore attenzione alla perfezione tecnica – spesso svuotata di slancio artistico – e di un certo formalismo decorativo/pittorico a tinte forti.




Tra i pregevoli oggetti esposti anche una ceramica restaurata con la tecnica del kintsugi (金継ぎ) dal giapponese kin 金 oro e tsugi 継ぎ riparare, o kintsukuroi (金繕い). Si tratta di una pratica artistica giapponese nella quale si utilizza l’oro – o un altro metallo prezioso – per saldare insieme frammenti di un oggetto rotto o colmarne le lacune. La tecnica ebbe origine in Giapponedurante lo shogunato di Ashikaga Yoshimasa (1435-1490), ottavo shogun del periodo Muromachi, sotto il quale si svilupparono grandi arti classiche come la cerimonia del tè o l’ikebana. La storia vuole che proprio Yoshimasa avesse rotto una delle sue tazze preferite e che dopo un primo intervento da parte di artigiani cinesi, ritenuto insoddisfacente, avesse deciso di affidarla ad alcuni artigiani giapponesi, i quali decisero di provare a trasformarla in gioiello riempiendo le crepe con resina laccata e polvere d’oro. Ogni manufatto così riparato presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed ovviamente irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. La pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore, ed è per questo che spesso viene definita “arte delle preziose cicatrici”.

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