Ciao, cuccioli (di oggi… e di ieri) – Osservando i bambini che vanno a scuola

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Ciao, cuccioli (di oggi… e di ieri)

Osservando i bambini che vanno a scuola

di Marilena Cavallero

L’inverno volge al termine ma queste parole sono dedicate ai piccoli scolari che ho visto, osservato, mentre si recavano a scuola (molti ormai ci vanno in auto ma qualcuno ancora a piedi); accompagnati da mamma o papà o nonni, secondo la disponibilità, quando ancora era buio. Ho notato i loro trolley a disegni variopinti, i berretti a volte stravaganti, i piumini coloratissimi, scarponcini o scarpe da ginnastica (firmate?), mentre percorrevano il marciapiedi che costeggia casa mia, ed ho immaginato i loro sguardi un po’ assonnati.

Ovvio ripensare agli anni del dopoguerra, quando frequentavo le elementari. Non ho frequentato l’asilo (ora scuola dell’infanzia): avevo a disposizione un ampio cortile ed erano miei compagni di gioco, oltre a mio fratello Pier Carlo, due bambini che abitavano nella casa dei miei nonni con le famiglie, Mirko Ermacora e Paolo Rosso Toniolo, mai dimenticati, purtroppo scomparsi. Allora a scuola andavamo tutti a piedi, spesso tra due pareti di neve, in uno stretto passaggio (la calà), intabarrati in cappotti, a volte più grandi di noi, ricavati da giacche o cappotti di famiglia dalle mamme e/o nonne che sapevano quasi tutte cucire e poi c’erano sarte abilissime e pazienti in questi lavori di “incastro”. Dopo i “sochètt” abbiamo calzato scarpe pesantissime, per i nostri piedini, alle quali sulla punta e sul tacco i calzolai applicavano i “ciapin” per proteggere le suole e coprivamo la gola ed il capo con sciarpe e berretti sferruzzati in casa.

Il nostro impegno dal lunedì al sabato, con una sola maestra, quasi sempre la stessa per cinque anni, ma vacanza il giovedì, giorno di mercato a Carignano, quando uscivamo con la mamma per la spesa, ai banchi che sapeva praticavano prezzi convenienti; nei giorni di frequenza, entravamo alle 9 fino alle 12 e tornavamo il pomeriggio dalle 14 alle 16, in tempo per la merenda alla quale seguivano i compiti e lo studio.

Cambiati i tempi, diverse le esigenze, impossibile stabilire un “meglio”: quello era, questo è ma al mattino nel vederli, così presto, fuori, sento freddo anch’io.

Sorvolo, anche perché non esiste analogia, su quanto la pandemia ha portato nella vita di questi bambini, didattica a distanza per via di contagi, isolamenti, ma soprattutto relazioni ridotte con familiari – nonni, zii, cugini – e amici, compagni di scuola: inevitabili risvolti anche psicologici. Un solo augurio, che tutto finisca presto

 Marilena Cavallero  




 

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