FEBBRAIO – La chiesa di San Remigio

La chiesa di San Remigio a Carignano. Dalla pubblicazione “La Parrocchia” di Don Lusso: “Al cappellano di San Remigio, don Pietro Turena, un atto pubblico del 13 aprile 1747 attribuisce 20 giornate piemontesi tra “campi, prati, adacquati e alteni” oltre all’abitazione (a suo tempo acquisita da don Pistonato; in questa rubrica, numero di gennaio 2018)”. ovrebbe trattarsi del “beneficio” della cappella e quindi “non male dal lato amministrativo”. C’erano invece problemi circa la manutenzione del cimitero (già nel 1682-1684) tra il Comune e la Parrocchia. Nel 1739 cadde una parte del cornicione esterno e campana e campanile rappresentavano un pericolo per i passanti, “anche per le lesioni forse causate dai continui fatti d’arme” e solo nel 1784 il cardinal Gerdil decise per un’equa ripartizione delle spese necessarie. Ma nei sepolcreti scavati all’interno della cappella fin dal 1716 il vicario generale Gabuto o Gabuti [discordanza tra pag. 31 e pag. 88] aveva proibito altre sepolture ed all’esterno i “cadaveri spesso restavano distesi sopra il suolo quando d’inverno non era possibile all’interratore (padre o padrino dei morti) scavare le fosse a motivo del gelo”.

Verso il 1830 un manifesto senatoriale proibì la costruzione di nuovi cimiteri nel concentrico e consigliò il trasferimento di quelli esistenti. Il Sindaco, Di Larissè, nel 1835, chiese consiglio al prevosto Abate: secondo questi, il trasferimento non era opportuno in quanto la zona era già “fuori dal concentrico” ma Sindaco e Vice Sindaco (dottor Giuseppe Bionda, farmacista) erano favorevoli per motivi igienici: il colera che si manifestò proprio in quell’anno convinse tutti per un nuovo sito. Una commissione speciale (composta dal dottor Bionda e da altri “medici fisici”) scelse un appezzamento asciutto, sabbioso, dei beni parrocchiali, nella zona di Ricajretto. L’Arcivescovo di Torino, monsignor Franzoni, autorizzò il Prevosto alla trattativa ed a benedire il nuovo camposanto; si raggiunse, non senza difficoltà, l’accordo sul prezzo anche perché al prevosto Abate… premeva ottenere dal Comune una concessione per la nuova casa parrocchiale.

Nel tracciato del nuovo cimitero, su disegno dell’ingegnere cav.alier Benedetto Brunati (1784-1862), nel giugno 1855 avvennero le prime sepolture e si decise di trasferire le salme dal vecchio cimitero, a condizione che fossero trascorsi otto anni dall’ultimo seppellimento (“con la ricerca di ogni frammento osseo fino a crivellar la terra”). Febbrile l’operato di tutto il popolo attorno ai tumuli dei propri cari per raccoglierne i resti e riporli in apposite casse ed infine, il 2 novembre 1863, un lugubre corteo di 62 carri mosse verso la nuova destinazione. I carri, coperti di bianco e con drappi neri, avevano sostato tutta la notte fin nei pressi del palazzo Mola di Nomaglio (attuale palazzo Cornaglia). Alle 8.30 del mattino, mentre le campane annunciavano la triste cerimonia, si radunavano tutte le confraternite e le compagnie religiose; a queste si unì la “Musica cittadina, volontariamente” e poi, alle nove il Clero ed il Corpo Municipale. Cantata una messa solenne da requiem “aprivasi la processione funebre preceduta da 50 soldati della Guardia Nazionale e chiusa similmente”. Al cimitero, commovente orazione del teologo Edoardo Capriolo, benedizione dell’ossario e ritorno a casa dell’immensa folla. Le memorie di allora indicano 5000 persone al seguito di quella comune sepoltura di molti secoli (i registri parrocchiali datano dal 1624 per i morti!).

Continua Don Lusso: “Il vecchio camposanto si poteva considerare dissacrato e la cappella condannata all’abbandono. Tuttavia, per l’abitudine di molti secoli, essa rimaneva la tappa obbligata per tutti i morti; lì venivano a ricevere l’ultima assoluzione, dopo il corteo nel paese (…)”. Per evitare che la cappella “fosse un pericolo per gli accompagnatori”, il comune bandì un concorso per i restauri fissando il costo massimo di 5.000 lire e nominò una commissione composta dal dottor Calosso, dal teologo Laugeri e dal misuratore Emilio Cara de Canonico. L’architetto Alberto Tappi, perito civico, presentò un progetto il 1° novembre 1865 col quale costruiva ex-novo la cappella, ampliandola, con volta sostenuta da colonne di ordine dorico ed un pronao che offriva riparo; previste due camerette ai lati (verso la città, eventuale sacrestia e, sul lato opposto, per le autopsie); sette gradini conducevano all’edificio…. Ma la spesa prevista era di 10.150 lire, inaccettabile per la commissione che approvò il progetto dei geometri Michele Chiusano e Giuseppe Peliti, i quali avevano restaurato la cappella (che rimane) conservando i muri perimetrali mediante “sottofondazioni profonde un metro” con una spesa di 5.032,40 lire (relazione di perizia 24/6/1866).

Alberto Tappi sosteneva che le “regole dell’arte” non si dovessero limitare a dare corretta esecuzione alle scelte della committenza ma che dovessero concorrere a formarle con quelle dell’economia e della convenienza d’uso, come si legge negli “Appunti per una lettura della città” (pag.202, IV vol.). E ancora, a pag. 209 : “Nel caso della chiesa di San Remigio, vecchia cappella esistente presso l’antico cimitero ed in condizioni di quasi rovina, si trattava di darle consolidamento e veste architettonica adeguata all’essere uno dei monumenti più significativi per lo spirito municipale, primo nucleo storico del borgo: il desiderio di decoro civico che muoveva all’opera trovava il suo confine nelle limitate disponibilità della finanza comunale”. A cui il perito civico non si era attenuto..

Venne ancora, di tanto in tanto, celebrata qualche Messa, soprattutto in occasione della festa del Santo e per pietà dei borghigiani, ma, nell’inverno 1927-1928 una abbondante nevicata sfondò parte del tetto mettendo in pericolo l’edificio e si proibì l’ingresso. A proposito del “tetto”: già nel 1736 (“Appunti per una lettura della città”, vol. II, pag. 185) la città aveva inviato “supplica a Carlo Emanuele III per lavori vari da farsi per edifici pubblici, tra gli altri, il tetto dell’antica parrocchiale di San Remigio” e cade nuovamente nel 1977, ora oggetto di recupero da parte dell’Associazione Pro San Remigio.

I carignanesi hanno mantenuto nel tempo devozione ed affetto per questo storico edificio. Una conferma: nel 2014, il signor Teresio Tuninetti (1927-2016) mi aveva consegnato la fotografia che qui pubblichiamo dove è ripreso, bambino, davanti alla chiesa, in ricordo degli anni della sua infanzia quando la famiglia abitava in una cascina della zona.

Una nota: è possibile ritenere che Giuseppe Bionda fosse il padre di Giuseppina Bionda, moglie dell’avvocato Ferdinando Salotto che lasciò le sostanze da lei ereditate all’allora Ospizio di Carità (1885)

(Quinta parte – fine).

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