Una visita in minor keys alla Biennale Arte di Venezia nei giorni della preview e un viaggio meraviglioso tra memoria ed eredità

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biennale arte 2026

Senza dubbio unaBiennale Arteparticolare quella inaugurata aVeneziain questi giorni, sfortunata per molti versi, tenace per altri, sicuramente agitata sotto più punti di vista. Non staremo qui a ripassare ciò che è accaduto a partire dalla prematura morte della curatriceKoyo Kouoh, ma l’atmosfera che si respirava in laguna i giorni dell’opening e della preview(6-9 maggio)era sicuramente diversa dal solito.

Mi sono chiesta se fosse frutto di una precisa volontà della curatrice che ha intitolato questa edizioneIn minor keys,ma per le calli della città non si respirava la solita eccitazione da opening, non si vedevano i grandi cartelli rossi che indicano le sedi; era tutto, come dire, sotto tono. A parte le code sia all’Arsenaleche aiGiardini,mai state così lunghe nei giorni di preapertura, segno che comunque moltissimi visitatori sono accorsi per vedere questa mostra in tonalità minore, quella che in musica allude tanto alla struttura
di un brano quanto ai suoi effetti emotivi.

“Questi sono gli indizi di una mostra, – nelle parole di Koyo Kouoh – una mostra sintonizzata sulle tonalità minori; una mostra che invita ad ascoltare i segnali persistenti della terra e della vita, in connessione con le frequenze dell’anima.”

In questa esposizione così intima, a tratti sussurrata, tre padiglioni nazionali hanno catturato la mia attenzione e i miei sensi allertati: India, Marocco e Giappone.

Geographies of distance: remebering homeè il filo conduttore di un padiglione dove cinque artisti indiani riflettono sull’idea di casa non come struttura stabile, ma come un’idea ricreata incessantemente in risposta ai mutamenti della vita, così che casa diventi una “condizione portatile” per chi vive a cavallo di regioni e generazioni. Ecco dunque il filo diSumakshi Singh,l’artista che ricrea una casa demolita permettendo così di entrarci e osservarla da tutte le prospettiva (l’opera più emozionante e suggestiva che ho visto quest’anno a Venezia), le opere di argilla diAlwar Balasubramaniamregistrano la fragilità della sua terra laddoveRanjani Shettarcrea giardini pensili con materiali organici, la architetture di cartapesta diSkarma Sonam Tashirichiamano il Ladakah minacciato dallo sviluppo e il bambù diAsim Waquifsimboleggia la frenetica crescita urbana.

 

Stessa atmosfera intima all’interno del padiglione del Regno del Marocco affidato adAmina Agueznayche, collaborando da più di vent’anni con artigiane marocchine, concepisce le proprie opere come processi di trasmissione e trasformazione.Asǝṭṭaè il termine berbero per la tessitura rituale, più che un mestiere un sacro rito femminile di creazione in cui la forma tessuta diviene essere vivente. L’installazione di Agueznay
simboleggia la soglia come zona di passaggio tra mondi: privato e pubblico, visibile e invisibile, dove convergono la memoria il rito e il gesto. Commovente.

biennale arte

Al terzo gradino del podio – dei miei personalissimi gusti – si posiziona il padiglione del Giappone, un’altra riflessione intima seppur con una portata social e pop enorme a giudicare dalla folla costante.Grass Babies, Moon Babiesè l’esperimento dell’artista queerEi Arakawa-Nashche fonde creazione artistica e genitorialità in una prassi di cura condivisa.

Partendo dall’aerea del pilotis i visitatori possono prendere in braccio uno dei 200 bambolotti messi a disposizione per poi esplorare i giardini e gli interni, immersi in un’opera sonora con le voci dei gemelli dell’artista mentre su dei grandi schermi vengono proiettati film storici e contemporanei che scardinano le rigide definizioni di identità giapponese. Intorno a ogni schermo i bambolotti-bambini osservano quanto viene
proiettato. Il pubblico è invitato anche a cambiare il pannolino ai bambolotti, sui quali trova un QR code attraverso il quale si può ricevere una poesia, generata in modo unico in base al compleanno del bambino con date per lo più legate a eventi storici per il Giappone, gli Stati Uniti e l’Asia del ‘900.
Il valore dell’opera è una riflessione su come si possa onorare una nuova generazione mentre noi, che ne siamo i tutori, dovremmo occuparci di riparare e riconciliare il mondo che li accoglie. Ma la vera performance qui è attuata dai visitatori che abbracciano, sballonzolano e consolano queste bambole molto molto simili a bambini veri e la sensazione di vulnerabilità palpabile e inaspettata che ne consegue.

Un viaggio meraviglioso questo tra India, Marocco e Giappone, che ci parla di memoria e eredità, perché, come ribadisce il presidente della BiennalePierangelo Buttafuoco: “La cura è stato il tema da cui è iniziato questo viaggio con Koyo. È la cura che spiega e rivela l’impegno attivo nel mondo nella sua gettatezza; è la progettualità dell’esserci, nel ritrovarsi in questo mondo attraverso la relazione con gli altri.”

Emanuela Bernascone

Biennale Arte 2026
In minor keys di Koyo Kouoh
9 maggio – 22 novembre 2026.
Giardini e Arsenale
Venezia
labiennale.org

 




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