“Carignano, da sempre casa” – Incontro con Patrizia Bona in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria

Patrizia Bona

“Da sempre casa” – Incontro con Patrizia Bona in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Carignano

Tessere di un mosaico che si ricompone, fili che si riannodano e trame di vita che, con il trascorrere del tempo, rivelano a poco a poco e in modo sempre più nitido il loro disegno, l’apparente casualità degli eventi e la certezza che ogni dettaglio, come i nomi di battesimo che ricorrono attraverso le generazioni e negli incontri, e persino un vetro rotto, ha un significato preciso e un senso profondo. Patrizia Bona ci crede e ci racconta, alla vigilia del conferimento della cittadinanza, in che modo si sia rinsaldato il legame con Carignano, del resto mai venuto meno neanche nei tanti anni vissuti negli altrove in cui l’hanno portata gli studi, la sua professione di psicologa e gli impegni del marito, gli affetti, la famiglia di origine e quella che ha costruito: la scuola a Torino (con una brevissima parentesi fiorentina durante il ginnasio in un collegio di suore), dalle elementari fino al diploma al liceo classico D’Azeglio, lo stesso del papà Lorenzo Valerio e di Gian Piero, il più giovane dei suoi tre fratelli, tutti maggiori di lei; la Svizzera (si è laureata a Ginevra in psicologia con il grande Jean Piaget nel 1965); ancora l’amata Torino, dove sono nati i due figli (e dove attualmente risiede: da una’angolazione differente, ma sempre la Mole a portata di sguardo); poi Roma dal ’77 al 2003, prima in pieno centro e in seguito lontano dal caos: “Sarei tornata a Torino, il compromesso è stato trasferirci in campagna, sulle colline e soprattutto accanto al fiume”. Come tornare a casa. Il Po, Torino? No, il Po a Carignano. “E’ Carignano a essere sempre stata “casa” per me e la mia famiglia – afferma senza ombra di incertezza Patrizia Bona – Una casa che è sempre stata molto amata da tutti noi, mio padre era già nato qui. Io ci sono nata e vissuta fino a cinque anni poi con la mamma mi sono trasferita a Torino per la scuola mentre papà e fratelli stavano a Carignano, ma noi tornavamo tutte le volte che era possibile. Certo, la nostra villa fatta costruire negli anni ’30 dal papà sulla collina di San Vito ci regalava momenti di grande svago e divertimento, ricordo ad esempio i periodi estivi, l’atmosfera di vacanza e la piscina; ma quella era appunto la villeggiatura, la dimensione domestica era quella carignanese”. Il luogo – la villa e il parco di via Monte di Pietà e il paese – di ricordi felici, di tanti affetti, di persone che hanno contato molto e sono state determinanti: “La tata Zézi, svizzera, scelta dalla mamma, dall’infinita saggezza e dolcezza, dispensatrice di insegnamenti preziosi come il detto “tout casse, tout passe, tout lasse et tout se remplace”, tutto si rompe, tutto passa, tutto ci lascia.e tutto si rimpiazza; le ore in cucina con la cuoca Giovanna che mi insegnava a fare certi dolci ripieni di marmellata; l’incanto del Natale con la neve, le campane, il salone che si riempiva con i doni impacchettati personalmente da mia madre per i dipendenti della fabbrica, il presepe, e io sulla slitta trainata dalla tata Zézi fino a San Rocco e in via Braida, in visita alla nonna, sempre vestita di nero, rimasta vedova giovanissima quando il mio papà aveva appena quattro anni, ha portato il lutto per sessanta anni. La mia memoria va alle messe in Duomo alle prediche del sacerdote dal pulpito; a “L’arpa birmana”, “I magnifici sette” e ai tanti altri film visti nella sala Acli in via Braida con papà, che era appassionato di cinema e di-western; a un manicotto di lapin che adoravo”.
A Carignano Patrizia Bona non ha mai smesso di tornare, non solo con i ricordi, perché la strada di casa non l’ha mai persa così come i contatti con i carignanesi. Ma i fili sono stati ripresi più saldamente in mano di recente, con la frequentazione diventata più assidua per assistere il fratello Lorenzo, detto Enzo, petit frère nella comunità di Charles De Foucauld: “Ha voluto tonare dal Messico nel suo paese di nascita e ritrovare le sue radici e proprio qui, al Faccio Frichieri, -si è spento nel 2016”. Una concomitanza di circostanze, quindi, seppur tristi, a far maturare un desiderio: “Andando al cimitero e prendendo atto del degrado della cappella di famiglia, ho capito che era venuto il momento per me di occuparmene, che toccava a me assumere la responsabilità di curare, conservare, consegnare al futuro”.

 

Villa Bona Patrizia Bona Patrizia Bona Villa Bona

La signora Bona parla della malinconia avvertita per un’epoca al tramonto, dello sconforto provato di fronte ai segni lasciati non solo dal tempo ma dall’abbandono passando davanti a quella che era stata casa sua: “Alzavo gli occhi a quelle finestre con i vetri rotti e mi faceva male al cuore. E’ un dolore vedere gli oggetti, gli edifici che si deteriorano e che lentamente muoiono. Quell’edificio rappresentava tutto quello che non c’è più e che stava finendo e io non potevo più sopportare l’idea che la pioggia entrasse nella casa”. Un desiderio di vita (e cita i racconti di Mario Rigoni Stern nella raccolta “Le vite dell’Altipiano”, “una lettura che mi hanno consigliato e che trovo illuminante”).

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“A quel punto ho sentito che volevo e dovevo fare qualcosa”. Da lì, di nuovo la casualità che è un destino e a volte offre l’occasione per ristabilire un ordine e-mettere a posto ciò che è rimasto in sospeso-, l’incontro con l’associazione Giovani Insieme e con Daniela Tontini che, nel frattempo, con i loro progetti di cantieri di lavoro internazionali e stage di restauro in collaborazione con il Liceo Primo di Torino si stavano dedicando a risistemare alcuni locali al piano terra: “Abbiamo fatto conoscenza ed è stata una bellissima sorpresa scoprire che avevano cominciato a ridare vita alla casa, bellissimo vedere all’opera ragazzi provenienti dai posti più disparati del mondo, alle prese con i restauri, con il recupero di porte interne, quanto entusiasmo e competenza”. Da cosa nasce cosa, il desiderio ha preso forma e sostanza con la decisione di contribuire a finanziare l’intervento di recupero dell’ex municipio, dal ’96 utilizzato soltanto come magazzino. Nel giro di tre anni in Villa Bona sono stati sostituiti vetri e infissi esterni del piano terra e del primo piano, ed è stata completata una prima tranche di restauri degli affreschi di Adalberto Migliorati, eseguiti insieme al fratello Siviero tra il 1930 e 1931, oltre ad altri interventi alle scale, ai pavimenti, che hanno visto il coinvolgimento e l’interesse partecipe di tecnici e artigiani: “Tutto un po’ per volta, si parte dalle piccole cose, ma questo è un progetto che vuole crescere. C’è ancora moltissimo da fare”.


Patrizia Bona ci accompagna al civico 1 di via Monte di Pietà, saliamo lo scalone, spalanca le nuove finestre del primo piano e la luce inonda gli ambienti illuminando il ritrovato splendore dei dipinti già restaurati e mettendo a nudo, dove non si è ancora intervenuti, i danni del tempo, dell’umidità e dell’abbandono.

Ecco la meraviglia del grande salone (ma allora mi appariva immenso”) dalle volte e pareti decorate e i trompe-l’oeil, privo però dell’imponente lampadario probabilmente rubato; e la fantastica stanza da bagno azzurra che dà l’impressione di essere immersi in un acquario, con le pareti popolate da pesci di ogni forma con il colore ormai mangiato, che vanno recuperati in-fretta prima di svanire per sempre; passiamo nella camera da letto di quando era bambina, che guarda proprio verso l’ingresso dell’ex Lanificio, dai sognanti putti sul soffitto, uno dei locali meglio conservati; infine i notevoli dipinti commissionati per il proprio studio privato dal papà al pittore perugino Migliorati, con soggetti tratti dalla saga dei Nibelunghi alternati a riproduzioni di opere religiose e classiche tra i quali spicca uno Sposalizio della Vergine in cui sono rappresentati i componenti della famiglia Bona (“Qui la mia mamma, qui i miei fratelli – indica – Mi piacerebbe che lo studio fosse ricostruito, con i mobili ora custoditi al Museo Rodolfo”).

Chiediamo come abbia accolto la notizia della cittadinanza onoraria. “Davvero non me la aspettavo – confessa Patrizia Bona, -donna di passioni e sentimenti, ma pragmatica e non incline ai sentimentalismi – La mia preoccupazione è riuscire a non commuovermi durante la cerimonia. Ringrazio il Comune per aver compreso lo spirito con cui mi sono proposta e per come mi hanno sostenuta, l’assessore alla Cultura Miranda Feraudo per prima e poi il sindaco Giorgio Albertino. Avevo posto come condizione il rifacimento del tetto, ora l’Amministrazione comunale ha provveduto e si può andare avanti, con la scala, con le finestre dell’ultimo piano. La speranza è che si possa proseguire con gli interventi più urgenti, come quello sul riscaldamento, per non vanificare tutti gli sforzi compiuti finora. Naturalmente tutto ciò avrà un significato e un valore per la città e per i carignanesi quando la struttura sarà nelle condizioni di consentire l’ingresso al pubblico e ospitare iniziative e progetti artistici e culturali. Solo così potrà tornare a nuova vita”. Le idee ci sono già, ma questa è la prossima storia.

Cristina Cavaglià

Incontro con Patrizia Bona in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Carignano (2 marzo 2020) -Intervista 24 febbraio 2020.




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