Il consigliere regionale Davide Nicco su Riparti Piemonte e sburocratizzazione: “Gli aiuti dalla Regione sono arrivati, quelli dallo Stato non ancora”

Davide Nicco sul Riparti Piemonte

Dopo l’emergenza coronavirus si guarda avanti. Il Riparti Piemonte, approvato dal Consiglio regionale la settimana scorsa, è lo strumento di cui la Regione guidata da Alberto Cirio si è dotata per accompagnare famiglie, aziende e lavoratori nel difficile percorso di superamento della crisi sanitaria ed economica.  “Occorre rendere più solida la medicina territoriale e lavorare sull’efficienza della macchina organizzativa e sulla sburocratizzazione. Come Regione lo stiamo facendo, però resta il problema della farraginosità del Decreto Liquidità del Governo. Mi aspetto che Roma semplifichi gli adempimenti delle imprese per ottenere finanziamenti”, lo sottolinea Davide Nicco, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, a cui abbiamo chiesto di illustrarci alcuni dei provvedimenti.

Ora, appunto, si tratta di ripartire e di sostenere i piemontesi. I punti di forza del Riparti Piemonte?
La Regione ha stanziato oltre 800 milioni di euro, suddivise tra le varie misure. Per onestà intellettuale, occorre dire che una parte di queste risorse era già prevista in bilancio e destinata ad alcune misure espansive. Ma buona parte dei fondi è invece stata reperita e destinata ex novo.

Ritiene che tutte le categorie abbiano avuto attenzione?
Bisogna distinguere il Bonus Piemonte dal “Riparti Piemonte”, di cui il Bonus è solo una delle misure previste. Con il Bonus è stato dato un contributo alle categorie di commercianti ed artigiani maggiormente danneggiate, ma non a tutti. Con il Riparti Piemonte vengono finanziate altre linee di aiuti, dalle associazioni sportive, al comparto dell’edilizia, in modo che tutti i settori ricevano un aiuto nel corso del 2020. Poi è chiaro che la Regione non ha materialmente la forza economica di sostituirsi allo Stato: è dallo Stato che devono arrivare le risorse più consistenti.

Il Bonus Piemonte sarà ulteriormente integrato?
Con il Bonus sono stati erogati circa 100 milioni di euro. La cifra, seppur molto grande, non riesce comunque a coprire tutte le categorie di attività, per cui è stata fatta una scelta. La ratio è stata quella di includere le attività che hanno dovuto chiudere e che, per la loro struttura di costi fissi, hanno avuto presuntivamente maggiori danni. Ma mi rendo conto che sono state escluse categorie che meritano di essere aiutate: quando la coperta è corta, inevitabilmente si lasciano scoperte alcune parti, ma lo si fa per necessità, non per cattiva volontà. Pertanto, compatibilmente con le risorse finanziarie regionali, l’intenzione è quella di allargare il Bonus ad altre categorie ad oggi escluse. Ad esempio si è previsto di utilizzare le risorse che avanzeranno per il fatto che non tutti gli aventi diritto, per disguidi o dimenticanze varie, faranno richiesta del Bonus per estendere il beneficio ad altre categorie.

Siete intervenuti anche su eventuali lacune del Governo?
Il Governo non ha erogato nulla alle Regioni per questo tema: i fondi del “Riparti Piemonte” sono esclusivamente regionali.
Ha preferito utilizzare un canale diretto con le imprese, tramite banche ed enti di garanzia, e non passare tramite le Regioni.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli aiuti della Regione sono arrivati, quelli dello Stato ancora no.

Per quanto riguarda il nostro territorio, quali sono e saranno secondo lei le difficoltà maggiori?
Credo che a livello non solo piemontese ma nazionale, il problema vero sia la mancata iniezione di liquidità nell’economia da parte del Governo, dovuta sostanzialmente alla farraginosità del Decreto Liquidità. La garanzia statale alle banche, che era stata descritta come immediata, si è rivelata in realtà molto più complessa. Ad oggi poche delle imprese che hanno chiesto il finanziamento bancario dei 25.000 euro lo hanno ottenuto, e peraltro hanno scoperto che non si tratta di 25.000 euro ma del 25% del fatturato, e quindi molto spesso di un finanziamento di importo inferiore. Le imprese che hanno chiesto invece finanziamenti di maggiori importi, sono ancora bloccate in quanto le banche e la Sace devono perfezionare le procedure di rilascio della garanzia. Per queste imprese attendere tre/quattro mesi per essere finanziate può fare la differenza tra il resistere ed il fallire.

E le sfide dei prossimi mesi?
Conosco gli imprenditori e so che non si aspettano nulla dallo Stato, in quanto nulla mai hanno ottenuto. Anche in questo caso le loro convinzioni sono state sostanzialmente confermate, in quanto lo Stato non ha dato loro quasi nulla. Da liberale ritengo però che lo Stato debba almeno lasciare libere le imprese di operare, senza mettere loro il bastone tra le ruote e legarne l’attività con lacci e lacciuoli. Quindi mi aspetto che il Governo finalmente sburocratizzi e semplifichi gli adempimenti delle imprese, in tutti i campi, da quello amministrativo a quello fiscale: è impensabile, ad esempio, che un’impresa che debba ristrutturare un capannone debba attendere un anno prima di ottenere il via libera. Come Regione stiamo procedendo in questo senso.

Molti i sindaci italiani che in questi mesi hanno lamentato di essere stati abbandonati a se stessi dagli enti superiori. Lei, che tra l’altro con la sua lunga carriera di sindaco conosce bene i meccanismi comunali, cosa ne pensa?
E’ vero, i sindaci come del resto anche gli operatori sanitari, sono stati a volte lasciati soli. In fase emergenziale è molto difficile coordinare tutto senza sbavature, e sbavature ce ne sono state in Regione così come al Governo. Capisco la rabbia del momento, ma a mente fredda credo che sindaci ed operatori sanitari comprenderanno. Vi do un dato per capire: ad inizio emergenza in Piemonte si potevano processare 200 tamponi al giorno in 2 laboratori: un numero sufficiente in fase “normale”, ma insufficiente in una fase emergenziale, volendo fare il tampone, ad esempio, a 54.000 operatori sanitari pubblici. In un mese e mezzo sono stati attrezzati un’altra quindicina di laboratori, portando da 200 a 7.000 al giorno i tamponi processabili: un mezzo miracolo.
Ma è chiaro che nel frattempo, in quel mese e mezzo, i tamponi sono stati fatti in misura insufficiente rispetto alle necessità emergenziali. Chi lo aspettava giustamente si indispettiva, ma obiettivamente era difficile fare meglio.

Lei, consigliere Nicco,  è anche componente della commissione sanità. Cosa ci può dire sul pronto soccorso di Carmagnola?
Riaprirà a giorni, appena sarà confermato definitivamente il calo dei contagi anche dopo la cessazione del lock-down.

Abbiamo imparato qualcosa da questa emergenza?
A livello di organizzazione, dobbiamo rendere più solida la medicina territoriale, che è quella che ha patito di più nella fase dell’emergenza a causa dei tagli subiti negli ultimi anni. Ho la convinzione che le risorse investite nella sanità non siano in assoluto insufficienti, ma che debbano essere spese meglio: mancano in alcuni settori, ma sono spese male in altri. Occorre lavorare sull’efficienza, minimizzando gli sprechi e destinando queste risorse ai settori dove realmente occorre investire di più.



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