Bel tempo in inverno? In realtà è maltempo. L’Ente Parco fa il punto sulla crisi idrica e l’impatto della siccità sulle Aree protette del Po piemontese

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Allarme siccità. La crisi idrica colpisce anche le Aree protette del Po piemontese e dall’Ente Parco spiegano: “E’ sotto gli occhi di tutti, il bel tempo – sole e temperatura mite in pieno inverno – in realtà è maltempo. Non piove da giorni e giorni, fiumi e torrenti sono in forte deficit, e anche la falda freatica, le acque libere che si accumulano nel terreno a una certa profondità, è in sofferenza, di conseguenza anche le piante e gli animali lo sono”.

Nelle zone di pianura si sta verificando una grande moria di querce,  sottolineano dall’Ente: “Un  fenomeno, ovviamente diffuso ben oltre il perimetro delle Aree protette del Po piemontese, che si verifica da qualche anno ma che si va via via intensificando e in alcuni luoghi assume sfumature aspre come lungo la Dora Baltea nelle Riserve naturali dell’Isolotto del Ritano e del Mulino Vecchio“. E ancora: “Anche gli ontani non vengono risparmiati, patiscono le aree di alneto, come lungo il Po (Parco naturale del Po piemontese) a Rondissone e a Crescentino: gli ontani neri affondano le loro radici nell’acqua, ma l’acqua si sta ritirando così entrano in gioco specie che vivono su suoli meno bagnati, come i frassini e altre specie frugali”.




“D’altro canto questa situazione favorisce anche le specie esotiche “opportuniste” a scapito di quelle autoctone di maggior valore ecologico – proseguono dall’Ente Parco – , il Parco naturale della Collina di Superga è sempre più popolato di palme per esempio, una tra le tante specie esotiche invasive. Teniamo presente che anche le piante si muovono, non solo gli animali. L’evolversi della situazione è costantemente monitorato e come risultato anche le attività di riforestazione vengono adattate per far fronte alle nuove condizioni ecologiche con la creazione di ambienti sempre più resistenti alle variazioni climatiche; il termine “adattamento” rientra infatti proprio nelle strategie sovranazionali di contrasto al riscaldamento globale”.

Anche la Foresta condivisa del Po piemontese è parte attiva nel cambiamento infatti l’Ente-Parco sta puntando sulla messa a dimora di specie più resistenti come l’orniello o il cerro (Quercus cerris), quest’ultima, a differenza di altre querce, meno bisognose di quel bene sempre più prezioso che è l’acqua.

A patire non sono solo le piante: “Tra gli animali in una situazione di forte stress ci sono ovviamente gli anfibi, per natura legati alle aree umide, si rileva infatti un’importante riduzione del loro successo riproduttivo: da qualche anno le prime ovature primaverili, i primi a deporle sono la rana dalmatina e la rana di Lataste a fine febbraio e a inizio marzo, vanno in secca e tutte le uova sono perse; un esempio sono i siti riproduttivi del Meisino (Torino, Parco naturale del Po piemontese), proprio a ridosso del parco urbano dove la gente passeggia ignara, in cui lo scorso anno nessun anfibio ha avuto successo nella riproduzione. Ma lo stesso si può dire di molti altri siti lungo l’intero corso del Po che erano asciutti già lo scorso anno, come alla Lanca di San Michele a Carmagnola, al Po Morto a Carignano alla confluenza dell’Orco con il Malone a Chivasso, ma anche nel Parco naturale della Collina di Superga o nella Riserva naturale del bosco del Vaj”.

Anche progetti già avviati come Life Insubricus (LIFE19-NAT/IT/000883 INSUBRICUS) – il progetto dedicato al pelobate fosco insubrico – devono misurarsi con la siccità: “In passato nelle nostre zone durante l’autunno e l’inverno si manteneva un’umidità costante, condizione alla quale continua a fare riferimento il pelobate anche se il clima è cambiato: è dunque una trappola ecologica, gli animali si comportano come hanno sempre fatto, la loro stagione riproduttiva è a fine marzo, ma a fronte della minore quantità di acqua disponibile il loro successo riproduttivo risulta fortemente ridotto. Ma anche la natura in una qualche misura sta agendo e si sta osservando un microadattamento: alcuni esemplari riescono ad approfittare delle piogge che arrivano sempre più tardi e quindi riescono a garantire la sopravvivenza della specie anche se con un successo riproduttivo affievolito”.

I corsi d’acqua quasi in secca nel periodo invernale provocano anche la moria di un gran numero pesci; patiscono in particolare le specie autoctone, più esigenti dal punto di vista ecologico, come lo scazzone, la trota marmorata e la lasca, a vantaggio delle specie esotiche più adattabili, tra le quali il siluro e il cobite asiatico.

Ciascuno si comporta secondo la propria biologia e anche il comportamento dei grossi animali è influenzato dalla crisi idrica: i cinghiali ad esempio riducono la loro attività, limitando gli spostamenti e concentrandosi intorno alle zone umide o a ridosso di fiumi e degli altri corsi d’acqua, diminuendo di conseguenza la loro attività in campi e radure.

“Il nostro controllo è continuo – assicurano in conclusione dall’Ente Parco – e i prossimi monitoraggi che contribuiranno a verificare gli effetti di questo altro anno di siccità si terranno tra i mesi di marzo e giugno, per intercettare il maggior numero di specie possibile: rane verdi e rane rosse, raganelle, tritoni, pelobati e rospi”.




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